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STORIA ANTICA DELLA SARDEGNA


INDICE DEGLI ARGOMENTI DI QUESTA PAGINA


  1. Gli antichi abitanti dell'Ogliastra
  2. La storia degli Iliesi
  3. Il periodo Bizantino
  4. Il periodo Aragonese

Gli antichi abitanti dell'Ogliastra

È certo che l'Ogliastra era abitata sin dal III° millennio a. C., come testimoniano i resti archeologici dei vari insediamenti che ancora oggi si possono visitare.

Secondo la leggenda, i primi abitanti furono gli Iliesi, profughi fuggiti con Enea dall'ormai distrutta Ilio (Troia), i quali separatisi dal loro capo, si stabilirono sulle coste ogliastrine. Una successiva ondata migratoria di genti africane li avrebbe costretti a trovare rifugio nella zona montuosa ed impervia dell'interno, in cui vissero per secoli. Storicamente nulla sappiamo della loro origine, né dell'etimologia del loro nome. Di certo si sa che furono una delle principali tribù dell'interno, i cui domini intorno al 1000 a. C. si estendevano dal Gennargentu alle tre Barbagie, dal Mandrolisai a parte dell'Ogliastra. Che fossero dei forti combattenti lo confermano gli storici romani Plinio, che li annovera tra i "celeberrimi populorum" e Livio, che li ricorda come avversari ostinati ed ostili alla supremazia di Roma.

Gli Iliesi erano pastori guerrieri che facevano soventi scorrerie nelle zone pianeggianti dell'Isola, rifugiandosi successivamente, sempre secondo la tradizione, in grandi caverne.


La storia degli Iliesi

Con la conquista della Sardegna da parte dei Cartaginesi (VI sec. a. C.) gli Iliesi, mal supportando la loro prepotenza, si associarono ai Balari per ostacolarne la penetrazione e si ritrassero da parte dei loro territori, concentrandosi nella zona montagnosa che circonda il tacco calcareo che da loro ha preso il nome, Perda 'e Liana Vai alla sezione contenente alcune suggestive immagini del tacco calcareo di Perda 'e Liana (Pietra Iliana = Pietra degli Iliesi).

Secondo la tradizione, nella piana intorno alle sue pendici, si riunivano i capi dei vari villaggi dell'Ogliastra e della Barbagia per discutere e assumere una comune posizione sui più importanti problemi, in particolare quelli riguardanti le linee di condotta e di coordinamento della difesa nei confronti dei vari invasori. Più specificatamente, sarebbe ritenuto il "quartiere generale" degli Iliesi che condotti valorosamente dal sardo-punico Amsicora combatterono l'avanzata delle legioni romane sul territorio. Ciò fa capire quanta importanza ricoprisse tale massiccio calcareo sin dall'antichità.

Il ritrovamento effettuato da un pastore del secolo scorso di un ripostiglio di monete puniche nascosto in un anfratto roccioso, ha avvalorato la leggenda secondo la quale Amsicora vi si sia recato per ottenere l'appoggio delle tribù barbaricine e ogliastrine prima della sfortunata guerra con i romani. Dal suddetto pastore le monete oggetto del ritrovamento, molto importante dal punto di vista storico - archeologico, a detta di Alberto la Marmora, sarebbero state consegnate all'intendente della provincia di Lanusei (quando era tale).

Anche dopo l'occupazione romana essi continuarono le scorrerie tanto che Roma, tra il 236 ed il 231 a. C., dovette inviare più spedizioni al comando di valenti generali.

Tre furono le vittorie dei Romani (234 - 233 - 232 a. C.) ma molte di più furono gli insuccessi: quando pareva che l'esercito romano avesse avuto la meglio sulle genti locali e che l'annessione della zona fosse completata, il contrattacco scoppiava improvviso e con forza dirompente tale da far perdere il territorio conquistato. Ciò sembra sia durato fino al 226 a. C., quando, dopo quasi un decennio d'aspre lotte, la Sardegna fu annessa a Roma e momentaneamente pacificata.

Infatti nuove insurrezioni si ebbero durante la seconda guerra punica, quando parve che la potenza di Roma dovesse venire schiacciata. In tale occasione gli Iliesi si allearono con i Cartaginesi prima loro nemici e, guidati prima da Mirone, poi da Amsicora ed infine dal figlio Iosto, combatterono a Corpus contro il pretore Tito Manlio Torquato.

La sconfitta fu inevitabile e dovuta da un lato per gli errori di Iosto, audace ma inesperto, dall'altro per la grande disciplina dei romani.

Ed ancora, nel 178 a. C. lo stesso console Tiberio Sempronio Gracco dovette affrontarli in combattimento, vincendoli; altre vittorie dei romani furono negli anni 122 e 111, arrivando a celebrare l'ottavo ed ultimo trionfo, dopo un periodo di guerre sanguinose durato più di un secolo.

Sembra comunque che la vittoria definitiva sopra gli Iliesi non fu ottenuta grazie alle armi ma al governo saggio e lungimirante del pretore Azio Balbo che nel 63 a. C. concluse con gli stessi un trattato di pace e d'amicizia. In tale occasione furono coniate le famose monete sardo-romane con l'effige del "Sardus Pater" da un lato e "Atius Balbus" sull'altro. Tale trattato sarebbe stato favorito dalla poetessa Inoria che fu amica di Tete, capo degli Iliesi.

Tale leggendario evento è riportato da Vittorio Angius nella parte da lui curata del Dizionario del Casaiis alla voce "Sardegna" di cui si riporta uno stralcio:

E tu pur esulta Inoria, poetessa, tu di Carali
Figlia al troe Palemudo che contossi tra' liberti.
E da lamine consimili certamente noi sappiamo
Che al piissimo pretore Azio Balbo conciliasti
La nazion degli Iliesi e che fecesi l'unione.
che danno fu la perdita delle tue poesie,
Per cui Tete, come consta, duca di quel popol forte
Del gran ben dell'amicizia persuasissimo restò.
Per te diessi a lui il diritto di romano cittadino
E a moltissimi dei suoi con l'ospizio anche il connubio
Come consta apertamente dalle tavole di bronzo.
Però il sangue dei troiani mescolossi all'altre razze.

Da quest'anno in poi tutta la Sardegna segue per circa mezzo millennio le vicende di Roma, fino all'invasione dei Vandali (460 d. C.) che la staccheranno dall'ormai moribondo Impero Romano d'Occidente. È probabile che con l'invasione dei Vandali gli Iliesi riprendessero in pieno la loro vita indipendente, incuranti dei mutamenti circostanti ed ignari anche della breve occupazione degli Ostrogoti (552 - 553).

Altra fonte, forse rifacendosi alle "Carte D'Arborea" riporta invece la notizia che 500 di loro, guidati da Faleforo, avrebbero contribuito a scacciare da Othoca (attuale Oristano) gli Ostrogoti che l'avevano occupata. Da questo momento la denominazione "barbaricini" coniata dai romani si sostituirà a quella più antica di "Iliesi" giungendo sino ai giorni nostri.

Lo storico Procopio invece ritiene che tale nome derivi dal fatto che Genserico, re dei Vandali, assoggettati i Maurusi della Barberia, abitanti la zona di Monte Aurisio, ne mandò un certo numero in Sardegna. Questi si sarebbero stanziati presso i monti degli Iliesi, stuzzicandoli, combattendoli e cercando di sottometterli (intorno al 580), allorché, guidati da Malmuto invasero le montagne, ma furono sconfitti da questi ultimi grazie all'abilità del gran condottiero Ospitone e dovettero arrendersi finendo con l'integrarsi con loro. Il loro nome avrebbe finito con il prevalere, giungendo sino a noi.


Il periodo Bizantino

Durante il periodo bizantino, i barbaricini furono ostacolati nelle loro scorrerie dalle truppe imperiali comandate dal magister equitum Zabarda. Interessato alla questione, papa Gregorio Magno, che era preoccupato per l'idolatria ancora diffusa nell'interno della Sardegna, scrisse sia a Zabarda sia ad Ospitone, già cristiano, invitandoli all'accordo e sollecitando quest'ultimo a curare la conversione della sua gente. L'invito fu accolto da entrambi e nel 594 fu stipulata la pace; così, sia pur lentamente, i barbaricini si convertirono al Cristianesimo.


Il periodo Aragonese

A seguito dell'investitura papale del "Regnum Sardiniae et Corsicae" accordata da Bonifacio VIII agli Aragonesi, questi nel 1323 sbarcarono in Sardegna e, in poco più di un anno, sconfissero i pisani.

Com'era consuetudine feudale i sovrani d'Aragona per riorganizzare i territori occupati li davano in feudo ai nobili che li avevano aiutati, ed a tale prassi non si sottrasse neanche re Pietro il Cerimonioso che, con investitura rilasciata a Cagliari in data 18.08.1350, concedette a Don Giovanni Carroz il possesso di una vasta zona comprendente, tra l'altro, la Trexenta e la Barbagia di Seulo; sei anni dopo, il 23.10.1356, Giovanni Carroz ottenne dal re il diritto di mero imperio sui propri feudi.

Alla sua morte la moglie Benedica, figlia di Giovanni d'Arborea, ricevette dal sovrano la donazione di tutte le ville, castelli e luoghi già posseduti dal padre e dal marito, il tutto attestato in documenti risalenti al 28.10.1376 confermati il 25.01.1377 dall'infante Giovanni.

Il 19.08.1420 Alfonso V il Magnanimo rinnova l'investitura a don Francisco Carroz, nipote di Giovanni, e lo stesso re, trent'anni dopo, amplia i poteri di Nicolò Carroz sui feudi già posseduti dall'avo Giovanni, concedendogli l'allodio, in piena proprietà senza oneri né vincoli feudali.